Culture

Intervista Esclusiva | Anna Lottersberger: educare alla Moda nell’era dell’Intelligenza Artificiale – tra algoritmi, estetica e pensiero critico.

Anna Lottersberger, Managing Director e Direttrice Accademica di Ferrari Fashion School delinea una visione lucida e ispirata sulla convergenza tra AI, creatività e cultura. Una conversazione che definisce le coordinate del futuro della Moda.

Anna Lottersberger

Nel cuore di Milano, dove il design incontra la cultura e l’innovazione, Anna Lottersberger, nuova Managing Director e Direttrice Accademica di Ferrari Fashion School, interpreta con rara lucidità il ruolo dell’Intelligenza Artificiale nella moda contemporanea. In questa intervista esclusiva per Fashionpress.it, Lottersberger esplora l’equilibrio tra artigianalità e tecnologia, estetica e dati, intuizione e codice — delineando la nascita di una nuova pedagogia del futuro, dove l’AI non sostituisce l’uomo, ma ne amplifica l’immaginazione e il pensiero critico.

Direttrice Lottersberger, non si tratta più soltanto di integrare nuove tecnologie: l’Intelligenza Artificiale sembra toccare la stessa ontologia della moda — il suo senso, la sua funzione, la sua relazione con il corpo e con la cultura. Secondo Lei, l’AI sta trasformando la moda da linguaggio estetico e sociale in un algorithmic system of meaning-making? E quali implicazioni ha questo per chi si forma oggi come creativo globale?

Credo che l’Intelligenza Artificiale stia effettivamente ridefinendo la struttura profonda della moda, spostando la creatività umana su un nuovo piano di linguaggio. La moda, infatti, è sempre stata un sistema di creazione e di interpretazione di significati, uno degli strumenti attraverso cui la società costruisce e comunica identità e appartenenze. Con l’AI, questo sistema diventa algoritmico, perché la produzione e l’interpretazione del significato passano, anche, attraverso logiche di calcolo, previsione e dati, pur mantenendo il proprio valore estetico, culturale e sociale.

L’AI trasforma quindi la grammatica della moda come linguaggio: introduce nuovi codici di creazione, nuovi tempi di reazione e nuove forme di percezione. Per chi aspira a un futuro come creativo nella moda – designer, comunicatore o creatore di contenuti audiovisivi – la sfida è duplice: da una parte, imparare a dialogare con questi sistemi, comprenderli, valutarli e usarli in modo critico ma audace; dall’altra, preservare uno sguardo intimo e poetico che l’AI, da sola, non può avere. La formazione, in questo senso, deve andare oltre l’acquisizione di semplice competenza tecnica: deve insegnare a leggere i dati come materia culturale e a progettare identità e significati anche all’interno di un ecosistema algoritmico.

La moda italiana si fonda su heritage, craftsmanship, savoir-faire. Come conciliare questa dimensione identitaria con un futuro dominato da algorithmic couture e processi di generative design? La nuova frontiera è una sintesi o un conflitto?

Parlare di moda italiana significa parlare di identità culturale, di un sapere manuale e tangibile che nasce da secoli di artigianato ma si è poi evoluto in un sistema produttivo altamente industrializzato, che ha permesso al settore tessile-moda di continuare ad operare con successo fino ad oggi – pur tra le recenti criticità emerse in tema di trasparenza e condizioni della filiera produttiva – a differenza di quanto avvenuto in altri paesi europei. Oggi, come ieri, non c’è contrapposizione tra heritage e innovazione: l’uno vive grazie all’altra. Le nuove tecnologie non interrompono la tradizione, ma la rigenerano, trasformando l’artigianalità in un processo dinamico di evoluzione culturale.

L’algorithmic couture e il generative design sono strumenti per espandere il saper fare. L’algoritmo è “solo” un nuovo strumento nelle mani del creativo, così come un tempo lo sono stati il telaio, la macchina da cucire o il CAD. La vera sfida è integrare l’intelligenza artificiale nella tradizione progettuale italiana senza perdere la dimensione umana del processo: quella sensibilità tattile, culturale ed emotiva che dà senso alla forma. In Ferrari Fashion School lavoriamo proprio su questa sintesi: formare designer che sappiano usare i dati come nuova materia creativa, ma che continuino a considerare la moda come un linguaggio del corpo, della memoria e del tempo. Quindi, più che una contrapposizione, vedo una co-evoluzione: l’artigiano del futuro sarà anche un programmatore poetico, capace di costruire bellezza con le mani e con gli algoritmi.

Secondo un recente rapporto McKinsey¹, entro il 2030 oltre il 30% delle attività creative sarà automatizzabile. Quali saranno i tratti “irriducibilmente umani” della creatività che l’AI non potrà mai replicare, e come Ferrari Fashion School intende future-proof i suoi studenti su queste competenze uniche?

Sono convinta che la vera creatività risieda sia nella capacità di produrre soluzioni formali, sia nel dare significato, nel costruire narrazioni culturali e affettive intorno a ciò che creiamo. L’intelligenza artificiale può combinare dati, simulare stili, persino anticipare i trend, ma non può provare meraviglia, intuire un desiderio privato o collettivo, o trasformare un’emozione in simbolo. I tratti irriducibilmente umani della creatività sono quindi la sensibilità, la curiosità e la capacità di visione – quel modo di pensare non lineare, poetico e intuitivo che nasce dall’esperienza e dalla diversità culturale.

Come Ferrari Fashion School crediamo che “future-proof” significhi innanzitutto familiarizzare con i nuovi strumenti digitali, ma soprattutto formare coscienza e immaginazione, la capacità di integrare gli strumenti tecnologici senza smarrire l’empatia e la complessità del pensiero umano. Per questo nei nostri percorsi uniamo ricerca tecnologica e riflessione critica, incoraggiando gli studenti a vedere l’AI come co-creatore, non come sostituto. Da qui il progetto di un podcast interamente sviluppato dai nostri studenti di marketing con software di intelligenza artificiale generativa per raccontare le collezioni dei loro “colleghi” designer o l’integrazione nei piani di studi dei corsi di styling, comunicazione visiva e fotografia di Hybrid Practices in Visual and Audiovisual production.

Quali emerging skillsets ritiene strategici per un creativo della moda del 2025-2035? Dobbiamo immaginare una transizione dal design thinking al prompt engineering? E come si ridisegna una skills taxonomy che unisca artigianato, estetica e data literacy?

Nel prossimo decennio il vero valore di un creativo della moda sarà la capacità di muoversi con fluidità tra mondi diversi: tra immaginazione e manipolazione dei dati, tra il gesto manuale e la costruzione algoritmica, tra l’intuizione e la consapevolezza etica. Intravedo un’evoluzione del pensiero progettuale: il designer del futuro non sarà solo colui che “pensa con le mani” o “disegna con l’AI”, ma colui che sa costruire senso, anche grazie alla capacità di formulare le domande giuste e orientare i sistemi generativi.

Le abilità necessarie dovranno unire tre dimensioni: 

  • Artigianato e materialità, perché pratica manuale e materia restano il punto di contatto con il reale.
  • Estetica e cultura, per sviluppare una visione simbolica e critica, non solo funzionale.
  • Data literacy e AI fluency, per acquisire una padronanza critica e creativa dell’intelligenza artificiale: saperla comprendere, usare, e soprattutto guidare.

In Ferrari Fashion School stiamo lavorando proprio su questo intreccio: formare figure ibride, in grado di tradurre la sensibilità artigiana in un linguaggio contemporaneo, digitale e consapevole. Non si tratta solo di aggiungere nuove competenze, ma di ripensare la creatività come ecologia di saperi: dove la mano, l’occhio e l’algoritmo coesistono nella stessa intelligenza progettuale.

Se la moda diventa un data-driven ecosystem, quali figure professionali completamente nuove prevede? Potremmo assistere alla nascita di AI Fashion Ethicists, Digital Craft Directors o Algorithmic Trend Forecasters? E quali di queste saranno più decisive nel posizionare il Made in Italy in un contesto truly global?

Mentre la moda evolve verso un ecosistema data-driven, assistiamo alla nascita di nuove figure professionali, ma anche a una ricombinazione di competenze esistenti. Per il futuro, immagino ruoli come gli Hybrid Ecosystem Coordinator, chiamati a integrare team interdisciplinari e strumenti AI-driven per realizzare progetti complessi per ridefinire la comunicazione visiva in ecosistemi multicanale e interattivi; gli AI-enhanced Pattern Innovator che padroneggiano software generativi, stampa 3D, AI per prototipazione rapida adeguata agli atelier 5.0; gli Algorithmic Buyer come mediatori tra dati e creatività, trasformando insight algoritmici in decisioni di acquisto strategiche, preservando il valore culturale, estetico e umano della moda. Tuttavia, la sfida più grande per il Made in Italy non sarà semplicemente creare nuovi “job titles”, ma mantenere una leadership culturale nell’uso consapevole della tecnologia applicato ad artigianato e industria.

Il futuro del Made in Italy globale dipenderà quindi dalla capacità di formare professionisti che uniscano intelligenza critica, sensibilità estetica e competenza digitale. In Ferrari Fashion School vediamo in questo scenario una straordinaria opportunità: formare le menti che sapranno governare l’AI come strumento culturale, non subirla come agente esterno.

L’AI non è neutrale: incorpora bias, omologa estetiche, rischia di cancellare diversità. Come si può garantire che la moda alimentata da AI non diventi una “globalised monoculture”, ma anzi rafforzi la pluralità culturale e la capacità dei designer di affermare identità locali e valori etici?

Certamente l’AI non è neutrale: riflette dati, modelli e pregiudizi del mondo da cui provengono. Concordo sul rischio di produrre una “monocultura globale”, uniformando estetiche e cancellando identità locali.

In Ferrari Fashion School vediamo l’AI come uno strumento per amplificare la diversità, non per appiattirla. La nostra sfida educativa è formare menti capaci di analizzare dataset, valutare fonti, riconoscere stereotipi e intervenire nei sistemi algoritmici con responsabilità culturale ed etica. Accogliendo studenti da ogni continente, trasformiamo il patrimonio culturale di ciascuno in una leva strategica per la creatività globale. I nostri studenti non producono solo collezioni, contenuti audio-visivi o campagne di marketing: coltivano la capacità di raccontare storie, valori e identità uniche, preservando la ricchezza culturale e la pluralità estetica del pianeta. In questo modo, l’AI diventa non un sostituto, ma un alleato del pensiero umano, capace di espandere la nostra immaginazione senza cancellare chi siamo e da dove veniamo.

Il triple bottom line (people, planet, profit) è oggi un imperativo. Come può l’AI contribuire a creare radical transparency nelle filiere, a ridurre sprechi e over-production, e a supportare modelli di circular economy senza sacrificare l’estetica e il desiderio che sono l’essenza stessa del lusso?

L’AI sta già trasformando la moda, rendendola più trasparente, responsabile e sostenibile. Grazie alla tracciabilità digitale, possiamo monitorare materie prime, fornitori e processi produttivi, ridurre sprechi e ottimizzare le risorse. Gli algoritmi ci aiutano a prevedere domanda e produzione e potrebbero essere ulteriormente valorizzati per la creazione di modelli di circular economy in cui ogni capo è progettato per durare, essere riutilizzato o reinventato. Ma la sostenibilità non è solo efficienza: è sogno, visione e poesia. In Ferrari Fashion School insegniamo agli studenti a creare collezioni che siano esteticamente significative e al contempo a valutare l’impatto ambientale, etico e culturale che le loro scelte progettuali avranno. In questo senso, l’AI può e deve essere un alleato strategico, capace di rendere la moda più intelligente e più sostenibile, senza mai sacrificare l’emozione e la poesia che definiscono il lusso italiano.

Lei ha dichiarato che il suo obiettivo è rafforzare il ponte tra accademia e industria. Nel contesto AI, come si costruisce un strategic partnership model in cui università, brand e istituzioni culturali co-progettano insieme il futuro della moda? Quali best practice internazionali ispirano questa visione?

Costruire un ponte solido tra accademia e industria significa creare ecosistemi collaborativi in cui conoscenza, ricerca e sperimentazione si incontrano in modo virtuoso. Nel contesto dell’Intelligenza Artificiale, questo assume un valore ancora più strategico: la tecnologia evolve con una velocità tale che nessuna istituzione, da sola, può padroneggiarla pienamente.

In Ferrari Fashion School abbiamo già sviluppato partnership strutturate con brand, società di consulenza e istituzioni culturali, che permettono agli studenti di lavorare su progetti reali, testare tecnologie emergenti e contribuire alla creazione di soluzioni creative transdisciplinari. È in questo scambio continuo che conoscenza accademica e competenze professionali si fondono, dialogando con le esigenze concrete dell’industria e con le visioni di partner istituzionali. Un modello di riferimento è il DTech Lab del Fashion Institute of Technology di New York, laboratorio di innovazione che esplora come design e tecnologia possano rispondere a sfide reali del settore moda, coinvolgendo studenti, docenti, partner aziendali e tecnologici (tra cui IBM). Un’altra eccellenza è l’Innovation Center di Parsons – The New School, con i suoi laboratori dedicati a Quantum Computing, Artificial Intelligence ed Extended Reality, dove le tecnologie vengono esplorate in stretta sinergia con i diversi dipartimenti dell’università, incluso quello di moda. Un caso altrettanto significativo è la partnership tra IFA Paris e Beyond Form, incubatore internazionale di fashion tech con cui anche noi abbiamo avviato una collaborazione sul tema dell’imprenditorialità e dell’innovazione applicata alla moda.

In un momento storico in cui la tecnologia sembra voler riscrivere la creatività, Anna Lottersberger ci ricorda che la moda resta, prima di tutto, un linguaggio dell’anima e della mente. La sfida non è competere con l’algoritmo, ma imparare a pensare insieme ad esso — restituendo alla tecnologia la sua dimensione culturale e all’uomo la sua responsabilità immaginativa. Attraverso la sua visione alla guida di Ferrari Fashion School, Lottersberger riafferma la centralità dell’educazione come spazio di costruzione identitaria, di pensiero critico e di bellezza consapevole: una human-driven innovation che restituisce alla moda la sua funzione più alta — quella di interpretare il mondo mentre lo trasforma.

Because in the age of Artificial Intelligence, the future of fashion is not about machines learning to design — it’s about humans learning to imagine differently.

Anna Lottersberger

BIO

Anna Lottersberger – Direttrice della Ferrari Fashion School, istituzione di alta formazione in moda e design a Milano. Con una notevole carriera accademica e professionale, Anna Lottersberger, porta con sé una cultura orientata alla creatività e all’autenticità combinata a una personalità dinamica e pragmatica. Anna Lottersberger ha maturato una vasta esperienza sia in ambito aziendale che accademico con incarichi di docenza ed education management in Italia, in Cina, in Libano e a Singapore. Tra i suoi ruoli più recenti, spiccano quelli presso Domus Academy, dove ha guidato il Cluster dei Master in area moda, e Plena Education, in qualità di responsabile per lo sviluppo accademico internazionale e le relazioni con le imprese delle istituzioni del gruppo, distinguendosi per la sua capacità di coniugare pensiero laterale, flessibilità e concretezza operativa. Ha inoltre collaborato con brand della moda e del lusso come Loro Piana e Dolce&Gabbana, con una spiccata inclinazione verso l’esplorazione di iniziative e progetti sperimentali. Dottorato in Design presso il Politecnico di Milano, ha esplorato i processi di ricerca e sviluppo nell’industria tessile con un approccio ibrido tra arte, design e tecnologia. Autrice e relatrice in conferenze internazionali, è riconosciuta per la sua abilità nel coniugare imprenditorialità e accademia, formando nuove generazioni di talenti capaci di affrontare le sfide di settori in continua evoluzione: moda, lusso e design.

About Plena Education

Nata in Italia nel 2020, Plena Education (www.plenaeducation.it) è un Hub Educativo che racchiude al suo interno differenti tipologie di Scuole e ospita oltre 4000 studenti. Lo scopo di Plena è di offrire agli studenti l’opportunità di immergersi e vivere direttamente la cultura e la creatività italiana, attraverso lo studio di Arte, Fashion, Design, Musica, Mediazione Linguistica, Audiovisivo, Multimedia, Gaming di cui il nostro Paese è centro di eccellenza. Un’offerta formativa ampia che a seconda degli Istituti e delle loro locazioni (Ferrari Fashion School – Milano; RUFA – Roma & Milano; SPD – Milano; SAINT LOUIS – Roma & Milano; CIELS – Brescia, Padova e Bologna; MADE – Siracusa; CAST – Brescia) propone percorsi in Design (Grafica, Fashion, Car & Transportation, Food, Prodotto e Interni, Architettura, Pianificazione urbana, Exhibition), Belle Arti (Pittura, Disegno, Scultura, Ceramica, Fotografia), Arti Liberali (Storia dell’arte, Storia, Museologia, Cinema, Teatro, Letteratura, Cultura italiana), Musica (Pop, Jazz, Composizione e scrittura, Musica applicata, Ingegneria del suono e Composizione di musica elettronica) e, Mediazione linguistica (Interpretariato, Turismo, Criminologia), e infine Food & Hospitality Management.

About Ferrari Fashion School Milano

Ferrari Fashion School è un’Istituzione di alta formazione fondata a Milano nel 2000 operante nella formazione post-diploma e specializzata nei settori moda, lusso e design. Ad oggi rappresenta una delle principali accademie di moda europee che coniuga le sue radici italiane a un forte orientamento internazionale per promuovere e valorizzare il Made in Italy in Italia e nel mondo.

¹ McKinsey Global Institute. (2024, July). A new future of work: The race to deploy AI and raise skills in Europe and beyond. McKinsey & Company.

Exclusive Interview: © Courtesy of Anna Lottersberger

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Pubblicato da
Rosalba Radica

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