Cartier e il Mito ai Musei Capitolini

Cartier e il Mito ai Musei Capitolini. Quando la Joaillerie incontra l’Eterno: un atto curatoriale nella Roma dei simboli

Cartier e il Mito ai Musei Capitolini

Roma come palcoscenico eterno del mito

Roma non ospita: consacra. Ogni volta che il mito torna a parlare in questa città, lo fa assumendo una responsabilità culturale. È con questa consapevolezza che ho attraversato le sale di Palazzo Nuovo ai Musei Capitolini in occasione della visita guidata esclusiva su invito di Cartier, un incontro che ha assunto immediatamente la forma di un atto curatoriale, prima ancora che espositivo.

Cartier e il Mito ai Musei Capitolini” non è una mostra nel senso convenzionale del termine. È una presa di posizione culturale. Un gesto che interroga il rapporto tra creazione contemporanea e archetipi fondativi dell’immaginario occidentale, nel luogo che più di ogni altro ha contribuito a codificarli.

Fino al 15 marzo 2026, Roma torna a essere caput mundi non per nostalgia, ma per timeless relevance.

Cartier e il Mito ai Musei Capitolini

Cartier e l’eredità classica: il dialogo con Grecia e Roma

La relazione tra Cartier e l’antichità classica non è mai stata illustrativa. È sempre stata ermeneutica. Dalla metà del XIX secolo a oggi, la Maison ha studiato, assorbito e trasformato il repertorio simbolico greco-romano in un linguaggio autonomo, capace di tradurre il mito in materia preziosa.

Qui, il mito non viene citato: viene riattivato. Afrodite, Dioniso, Apollo, Eracle, Zeus e Demetra non sono semplici riferimenti iconografici, ma strutture profonde del pensiero estetico occidentale. Cartier le interpreta come matrici formali e concettuali, dando vita a gioielli che funzionano come oggetti di pensiero.

È questo dialogo colto e stratificato che rende la mostra un benchmark culturale nel panorama internazionale del luxury exhibition-making.

Cartier e il Mito ai Musei Capitolini

Il valore della “prima volta” ai Musei Capitolini

Per la prima volta nella sua storia, Palazzo Nuovo accoglie una mostra temporanea. Un fatto che non può essere letto come un’eccezione logistica, ma come un riconoscimento istituzionale.

Il museo fondato nel 1733 da Clemente XII Corsini, custode della collezione Albani – nucleo fondativo della cultura visiva europea – apre le sue sale alla Joaillerie non come ornamento, ma come forma di sapere.

Le creazioni provenienti dalla Cartier Collection, oggi composta da circa 3.500 pezzi che attraversano oltre 170 anni di storia, dialogano con le sculture antiche in un confronto silenzioso e potentissimo. Marmo e gemma, eternità e metamorfosi, permanenza e desiderio. Qui il lusso non chiede legittimazione: dimostra di averne diritto.

Cartier e il Mito ai Musei Capitolini

La regia curatoriale e scenografica

Il progetto curatoriale firmato da Bianca Cappello, Stéphane Verger e Claudio Parisi Presicce è di una lucidità rara. Non segue una cronologia lineare, ma una logica concettuale. Indaga il modo in cui l’antico è stato di volta in volta immaginato, riscritto, filtrato – dal Neoclassicismo ottocentesco ai pastiches dei Castellani, dallo stile Garland alle suggestioni postbelliche legate a Jean Cocteau.

La scenografia di Dante Ferretti non sovrasta: accompagna. Le sue scelte restituiscono profondità teatrale senza mai cedere all’effetto. Ogni sala è pensata come un campo di forze, dove lo sguardo è guidato ma non costretto.

Il progetto di allestimento di Sylvain Roca trova qui una delle sue espressioni più mature: invisibile quando deve esserlo, determinante quando serve.

Cartier e il Mito ai Musei Capitolini

L’esperienza sensoriale e simbolica

Uno degli aspetti più sofisticati della mostra è la sua dimensione sensoriale. Le installazioni olfattive firmate da Mathilde Laurent, profumiera della Maison Cartier, introducono un livello percettivo ulteriore. Il profumo diventa strumento curatoriale, evocazione invisibile del sacro e del mito.

Accanto a esse, le pietre dure provenienti dall’atelier di glittica incarnano divinità e archetipi, restituendo alla materia il suo ruolo originario: veicolo simbolico prima ancora che decorativo. Il risultato è una narrazione che coinvolge vista, memoria, immaginazione. Una vera narrative depth.

Cartier e il Mito ai Musei Capitolini

Cartier oggi: il mito come linguaggio contemporaneo

Ciò che emerge con forza è la capacità di Cartier di abitare il mito senza restarne prigioniera. La Maison non replica l’antico: lo interroga. Ne comprende la struttura profonda e la traduce in un linguaggio contemporaneo, tecnicamente impeccabile e concettualmente consapevole.

Questa è la vera cifra di Cartier oggi: una cultural legacy che non si cristallizza, ma si rigenera. Il mito, qui, non è nostalgia. È grammatica viva.

Cartier e il Mito ai Musei Capitolini

Legacy, futuro, eternal relevance

“Cartier e il Mito ai Musei Capitolini” è una mostra destinata a restare. Non solo nella memoria dei visitatori, ma nel dibattito culturale sul ruolo del lusso come agente di conoscenza.

Roma, ancora una volta, non fa da sfondo: detta il ritmo. E Cartier dimostra che l’alta gioielleria, quando è pensata come forma di pensiero, può dialogare con l’eterno senza perdere contemporaneità.

Questa è la sua forza. Questa è la sua eternal relevance.