After Un percorso di lavoro. Fendi / Karl Lagerfeld 1985: la mostra Fendi a Roma tra progetto, archivio e atelier.
A Roma, la mostra Fendi riattiva il progetto del 1985 e mette a fuoco il rapporto fra immaginazione, competenze e valore.
Una fettuccia nera sulla tela di lavorazione contiene già una decisione sulla forma. Da qui si può leggere After Un percorso di lavoro. Fendi / Karl Lagerfeld 1985, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma fino a domenica 25 ottobre 2026: l’immaginazione di Lagerfeld prende corpo attraverso l’intelligenza dell’atelier.
After Un percorso di lavoro. Fendi / Karl Lagerfeld 1985
Nell’ottobre del 1985, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, fu inaugurata la mostra curata da Ida Panicelli per celebrare i primi vent’anni della collaborazione fra Fendi e Karl Lagerfeld. Il designer ne ideò l’allestimento, realizzato da Claudio Lazzarini e Carmela Vigliotti. Il sodalizio proseguì fino alla sua morte, nel 2019.
«Solo l’avvenire mi interessa e mi intriga», affermava Lagerfeld a proposito dell’esposizione originaria.
La mostra, fra le prime dedicate a un marchio di moda in un museo italiano, invita a seguire il lavoro della pellicceria dall’ideazione alla produzione. Nel testo originario, la creatività viene riconosciuta all’intera équipe: a chi sviluppa e interpreta le idee, a chi inventa modelli e tecniche di lavorazione.
La riattivazione del 2026 nasce da un’idea di Maria Grazia Chiuri, Chief Creative Officer di Fendi, ed è curata da Maria Luisa Frisa. Al centro torna la dimensione collettiva della creazione. “After” introduce una distanza critica. La mostra torna nello stesso museo, in spazi differenti, con oggetti recuperabili soltanto in parte e con heritage reproductions per alcuni elementi mancanti.
La fedeltà richiede scelte. In Caleidoscopio, per esempio, l’esagono del 1985 diventa un ottagono, con sei nicchie e due passaggi. Cambia anche ciò che viene presentato: dalle evocazioni di suggestioni e tinte si passa agli oggetti nati da quelle ricerche. La ricostruzione espone così le proprie decisioni.
Anche Computer cambia modalità di lettura: gli storyboard montati in video nel 1985 vengono oggi esposti come tavole in sequenza. L’archivio viene messo nelle condizioni di produrre un’esperienza diversa.
La tela: l’idea incontra la competenza
In Matrici Progettuali, la tela traduce un disegno nello spazio. La fettuccia nera ne prepara gli sviluppi tecnici e permette di anticipare l’effetto del capo. Le carte di lavorazione aggiungono indicazioni sui tagli, sulle sovrapposizioni, sulle quantità di materiale necessarie.
Si delinea una doppia lettura: il grafismo delle linee e il loro contenuto operativo. La precisione del segno serve a un’altra persona, che deve comprenderlo e trasformarlo. Il know-how dell’atelier interviene dentro il progetto, contribuendo alla sua definizione.
La sezione Schizzi rende esplicito questo rapporto. Il figurino viene precisato nei dettagli perché sia comprensibile a chi, nei passaggi successivi, gli darà forma. I 164 fogli dell’allestimento attuale conservano anche commenti e spiegazioni: il disegno contiene una conversazione di lavoro.
Le Tavolette ne mostrano un altro versante. Conce, tinture e accostamenti di materiali diventano ricerca visiva; compaiono il profilo di Roma, motivi floreali, geometrie. Il testo del 1985 ricorda i muri di Roma come fonte per conce e tinture, e i Macchiaioli per gli accostamenti cromatici sulla stessa pelle. Il riferimento culturale trova una conseguenza materiale: una superficie, una lavorazione, un modo di distribuire il colore.
La tecnica produce possibilità espressive. Il craftsmanship si può leggere qui come capacità di immaginare attraverso la conoscenza della materia.
È in questa relazione che la firma acquista spessore: l’intuizione viene sviluppata da competenze capaci di valutarne le conseguenze e trovare soluzioni. L’atelier è un luogo in cui il pensiero continua.
Teatro: il capo prende movimento
In Teatro, 18 pellicce sono presentate attraverso manichini in movimento, disposti su livelli differenti. La messa in scena richiama il teatro del Bauhaus e le rappresentazioni di Oskar Schlemmer. La forma entra in rapporto con la profondità, l’altezza e il tempo.
Il testo del 1985 insisteva sui meccanismi lasciati a vista: carrucole, ponti di ferro, rotaie. L’apparato partecipava al significato dell’esposizione. Il capo finito veniva animato conservando la vitalità attribuitagli nel momento del disegno.

Anche il remake attuale rende leggibile una scelta precisa. Una parte delle pellicce proviene dalla mostra originaria; quelle mancanti sono sostituite con esemplari simili degli stessi anni. È una soluzione da distinguere dalle riproduzioni degli oggetti perduti descritte nel testo generale.
La differenza conta. Ricostruire una mostra significa decidere quale rapporto stabilire fra autenticità dei pezzi e funzione dell’insieme. Le sostituzioni dichiarate permettono di interrogare quel rapporto e di comprendere il metodo della riattivazione.

Pettine: il lavoro entra nell’immagine
Pettine prende il nome dai divisori dell’installazione. Il processo viene ricomposto attraverso le sue fasi: l’idea disegnata, la tela, la carta di lavorazione, il capo, la sua rappresentazione editoriale.
Il testo storico parte dall’immagine di una giacca di talpa dorata pubblicata su una rivista e risale verso la prima idea. Questa lettura a ritroso restituisce alla fotografia il lavoro che la precede. Il capo compiuto ha bisogno di un corpo che lo interpreti: anche il passaggio all’immagine contribuisce alla sua espressione.
Un dettaglio distingue le due edizioni. Nel 1985 era esposta una riproduzione ingrandita del servizio “Abito di scena”, pubblicato sul numero 12 del 1984 di Vanity, diretta da Anna Piaggi. Oggi è presentato il fascicolo originale. La rivista entra nel percorso con la propria consistenza di documento.


La selezione della rassegna stampa dell’epoca riporta inoltre la discussione sull’opportunità di accogliere la moda in un museo d’arte. Per la fashion museology, il problema riguarda anche le conoscenze che un’esposizione sceglie di rendere accessibili. Qui il lavoro dell’atelier offre una chiave per interpretare gli oggetti.
La legacy del sodalizio Fendi–Lagerfeld comprende questi passaggi fra immaginazione e realizzazione. Nella pagina di Vanity, il capo ha già incontrato il pubblico. Il cartamodello della manica conserva le decisioni che hanno preceduto quell’incontro. Fra quei due documenti si misura la distanza che l’atelier ha saputo colmare.


































